Solitudine negli uomini gay: quando essere circondati non significa sentirsi connessi

Solitudine negli uomini gay: quando essere circondati non significa sentirsi connessi

La solitudine non coincide sempre con l’essere soli.

Possiamo passare una serata con amici, parlare, ridere e tornare a casa con la sensazione di non essere stati realmente incontrati.

Possiamo avere una relazione e sentirci comunque distanti dalla persona che dorme accanto a noi.

Possiamo ricevere messaggi, attenzioni e inviti, senza riuscire a percepire una connessione che duri oltre il momento.

Questa forma di solitudine è difficile da spiegare perché, vista dall’esterno, sembra che non manchi nulla.

Ci sono persone.

C’è una vita sociale.

Forse c’è anche sesso, una relazione o una comunità alla quale apparteniamo.

Eppure rimane una distanza.

Non sempre ci sentiamo soli perché non abbiamo nessuno. A volte ci sentiamo soli perché non riusciamo a essere pienamente presenti con gli altri, oppure perché le relazioni che abbiamo non possono offrirci la profondità di cui sentiamo il bisogno.

La solitudine non è un’unica esperienza

Parliamo di solitudine come se fosse una condizione semplice.

Ma possiamo sentirci soli per ragioni molto diverse.

Esiste la solitudine concreta di chi ha pochi contatti, vive lontano dalle persone importanti o non ha una rete affettiva stabile.

Esiste la solitudine di chi è circondato da persone ma non sente di poter mostrare ciò che prova.

Esiste quella che appare quando una relazione finisce e la quotidianità costruita insieme scompare improvvisamente.

Esiste la solitudine di chi desidera una relazione e continua a incontrare persone disponibili soltanto in parte.

Esiste anche una solitudine più interna: la difficoltà a rimanere in contatto con la propria esperienza senza doverla riempire immediatamente.

Queste forme possono sovrapporsi, ma non sono identiche.

Dire che la solitudine nasce sempre dentro di noi può diventare ingiusto.

A volte mancano realmente vicinanza, continuità, ascolto e appartenenza.

La mindfulness non deve convincerci che dovremmo essere sufficienti a noi stessi.

Gli esseri umani hanno bisogno di relazione.

Crescere sentendosi diversi

Non tutti gli uomini gay hanno vissuto isolamento o rifiuto.

Molti, però, hanno conosciuto presto la sensazione di essere differenti dalle persone intorno a loro.

A volte la differenza era evidente.

Altre volte non aveva ancora un nome.

C’era soltanto la percezione che qualcosa dovesse essere controllato, nascosto o spiegato con cautela.

Un bambino o un adolescente può essere circondato da familiari e amici e, nello stesso tempo, sentire che nessuno conosce davvero una parte essenziale della sua esperienza.

Può imparare a partecipare senza esporsi completamente.

A essere presente e assente nello stesso momento.

A osservare gli altri per capire quanto sia sicuro mostrarsi.

Questa modalità può continuare anche dopo il coming out.

Possiamo essere apertamente gay e continuare a vivere con la sensazione che alcune parti di noi debbano essere filtrate per risultare accettabili.

Essere visibili non significa necessariamente sentirsi conosciuti.

La differenza tra compagnia e connessione

La compagnia può alleviare temporaneamente la solitudine.

Ma non sempre crea connessione.

Possiamo trascorrere molto tempo con qualcuno senza sentire di poter parlare di ciò che conta davvero.

Possiamo avere un’intensa vita sessuale e non sentirci emotivamente vicini a nessuno.

Possiamo condividere interessi, viaggi e divertimento senza riuscire a esprimere una paura, un bisogno o un desiderio più profondo.

La connessione richiede qualcosa in più della presenza fisica.

Richiede attenzione.

Reciprocità.

La possibilità di essere influenzati dall’altro senza doverci difendere continuamente.

Richiede anche che la persona davanti a noi sia disponibile a incontrarci.

Non tutta la solitudine si risolve diventando più aperti.

Possiamo mostrarci con sincerità e scoprire che una relazione non ha sufficiente profondità per accoglierci.

Quando ci proteggiamo proprio da ciò che desideriamo

La solitudine può essere resa più dolorosa dalle strategie che utilizziamo per non soffrirla.

Possiamo desiderare vicinanza e scegliere continuamente uomini emotivamente indisponibili.

Possiamo lamentare l’assenza di intimità e ritirarci non appena qualcuno comincia ad avvicinarsi.

Possiamo nascondere i nostri bisogni per paura di apparire troppo fragili e poi sentirci non compresi.

Possiamo mantenere molte relazioni superficiali perché una relazione più profonda comporterebbe il rischio del rifiuto.

Queste contraddizioni non significano che desideriamo realmente essere soli.

Spesso mostrano quanto la vicinanza sia diventata associata al pericolo.

Essere soli fa male.

Ma essere conosciuti e poi rifiutati può sembrare ancora più doloroso.

Così costruiamo una distanza che ci protegge dal secondo rischio, continuando però a produrre il primo.

Questo meccanismo è strettamente collegato alla paura dell’intimità negli uomini gay.

Sentirsi soli dentro una relazione

Una delle forme più dolorose di solitudine è quella vissuta in coppia.

La presenza dell’altra persona rende ancora più evidente la mancanza di incontro.

Possiamo condividere una casa, organizzare la vita e avere una storia comune, ma non riuscire più a parlare realmente.

Possiamo evitare alcuni argomenti perché ogni tentativo finisce in conflitto.

Possiamo avere smesso di mostrare ciò che proviamo perché ci siamo convinti che l’altro non capirebbe.

Oppure possiamo continuare a chiedere vicinanza a una persona che non può o non vuole offrirla.

In questi casi è facile attribuire tutta la sofferenza alla nostra insicurezza.

Forse chiediamo troppo.

Forse dovremmo essere più indipendenti.

Forse la meditazione dovrebbe renderci meno bisognosi.

Ma il bisogno di contatto non è una debolezza da eliminare.

La domanda importante è un’altra:

questa relazione offre realmente la possibilità di essere ascoltati, conosciuti e raggiunti?

La mindfulness può aiutarci a vedere la risposta senza modificarla per paura di perdere ciò che abbiamo.

La solitudine dopo la fine di una relazione

Quando una relazione finisce, non perdiamo soltanto una persona.

Perdiamo abitudini, progetti, rituali e una certa immagine del futuro.

Momenti della giornata che prima avevano una struttura diventano vuoti.

Il telefono sembra più silenzioso.

La casa cambia.

Anche il corpo può continuare ad aspettare una presenza che non arriva più.

In questa fase possiamo cercare di riempire immediatamente lo spazio.

Nuovi incontri.

Sesso.

Messaggi.

Una relazione iniziata prima che quella precedente sia stata realmente attraversata.

Non c’è necessariamente qualcosa di sbagliato nel cercare compagnia.

Il problema nasce quando ogni contatto viene utilizzato soltanto per non sentire ciò che è accaduto.

Alcune perdite hanno bisogno di essere vissute.

Non perché soffrire sia spiritualmente superiore, ma perché ciò che non viene incontrato continua spesso a guidare le nostre scelte.

La solitudine e il bisogno di essere desiderati

Essere desiderati può offrire un sollievo immediato.

Qualcuno ci guarda, ci cerca o vuole incontrarci e per un momento la solitudine sembra interrompersi.

Non siamo invisibili.

Esistiamo nello sguardo di un’altra persona.

Ma il desiderio non è sempre connessione.

Possiamo essere desiderati senza essere conosciuti.

Possiamo ricevere attenzione senza sentirci realmente importanti.

Possiamo avere un incontro intenso e sentire, subito dopo, una solitudine ancora più evidente.

Questo non rende il sesso superficiale o meno significativo.

Significa soltanto che non può sempre rispondere a un bisogno diverso da quello erotico.

Quando cerchiamo nel desiderio la prova del nostro valore o l’antidoto permanente alla solitudine, ogni incontro deve produrre qualcosa che non può garantire.

Le app e l’illusione della disponibilità continua

Le app possono darci la sensazione che la connessione sia sempre a pochi centimetri di distanza.

Ci sono profili, messaggi e possibilità.

Sembra che basti continuare a cercare.

Questa disponibilità può essere utile e ha permesso a molti uomini gay di incontrarsi in luoghi nei quali sarebbe stato altrimenti difficile.

Ma può anche creare una strana forma di isolamento.

Ci sono molte possibilità e poca continuità.

Molto contatto e poca presenza.

Molte conversazioni iniziate e poche relazioni capaci di sopravvivere all’incertezza iniziale.

Possiamo passare ore cercando qualcuno e accorgerci, alla fine, di sentirci ancora più soli.

Non perché le app siano necessariamente dannose.

Ma perché il movimento continuo verso una nuova possibilità può impedirci di riconoscere ciò che stiamo realmente cercando.

La mente amplifica la solitudine

Alla solitudine reale, la mente aggiunge spesso una storia.

“Rimarrò sempre solo.”

“Nessuno mi sceglie davvero.”

“Alla mia età non incontrerò più nessuno.”

“Tutti gli altri hanno una vita che io non avrò.”

Il dolore presente viene trasformato in una previsione sul futuro.

Una serata difficile diventa una condanna permanente.

Un rifiuto diventa la prova che non siamo amabili.

Una relazione finita diventa la dimostrazione che ogni relazione finirà nello stesso modo.

Questi pensieri possono sembrare analisi lucide proprio perché nascono mentre soffriamo.

Ma la loro intensità non li rende necessariamente veri.

La pratica ci aiuta a distinguere la sensazione della solitudine dalla narrazione che la rende infinita.

La solitudine nel corpo

La solitudine non è soltanto un pensiero.

Può apparire come un peso sul petto.

Un vuoto nello stomaco.

Una stanchezza che rende difficile iniziare qualcosa.

Un’irrequietezza che ci spinge a controllare il telefono senza una ragione precisa.

Può essere una sensazione di chiusura o di distanza da ciò che ci circonda.

Quando compare, la mente cerca spesso una soluzione immediata.

Scrivere a qualcuno.

Aprire un’app.

Mangiare.

Bere.

Guardare qualcosa fino a quando siamo troppo stanchi per sentire.

Non tutte queste azioni sono sbagliate.

Ma possiamo domandarci se stiamo scegliendo una forma di cura o semplicemente tentando di fuggire dall’esperienza.

Che cosa fa realmente la mindfulness

La mindfulness non trasforma automaticamente la solitudine in pace.

Non sostituisce gli amici, una comunità o una relazione affettiva.

Non dovrebbe essere utilizzata per convincerci che non abbiamo bisogno di nessuno.

Può però aiutarci a incontrare la solitudine senza aggiungere immediatamente paura, vergogna e giudizio.

Possiamo osservare come si manifesta nel corpo.

Riconoscere i pensieri che produce.

Notare l’impulso a riempirla a qualunque costo.

Vedere quali scelte facciamo quando abbiamo paura di restare soli.

La pratica crea uno spazio nel quale la domanda può diventare più precisa.

Non soltanto:

“Come faccio a non sentirmi più solo?”

Ma:

“Di quale forma di connessione ho realmente bisogno?”

“Quali relazioni mi fanno sentire incontrato?”

“In quali momenti mi nascondo proprio quando desidero essere visto?”

“Che cosa sto accettando per paura di non avere nessuno?”

Restare con la solitudine non significa rassegnarsi

A volte si sente dire che dobbiamo imparare a stare bene da soli prima di poter avere una relazione sana.

C’è una parte di verità in questa idea.

Quando la solitudine ci sembra intollerabile, possiamo restare in relazioni che non ci fanno bene oppure chiedere all’altra persona di riempire ogni spazio della nostra vita.

Ma “stare bene da soli” non deve diventare un’altra prestazione.

Non dobbiamo raggiungere una perfetta autosufficienza prima di meritare amore.

Possiamo desiderare profondamente una relazione e continuare a lavorare sul modo in cui viviamo l’assenza di quella relazione.

Restare con la solitudine significa non reagire sempre dalla disperazione.

Non significa smettere di cercare connessione.

Significa cercarla senza abbandonare completamente discernimento, dignità e bisogni reali.

Quando la paura della solitudine ci fa accettare troppo

La paura di rimanere soli può rendere accettabile ciò che, in condizioni diverse, vedremmo con maggiore chiarezza.

Una relazione ambigua.

Una persona che ci cerca soltanto quando le fa comodo.

Promesse non seguite da comportamenti coerenti.

Una vicinanza sufficiente a mantenere la speranza, ma non abbastanza stabile da costruire qualcosa.

Possiamo dirci che dobbiamo essere pazienti.

Che l’altra persona ha paura.

Che forse, con abbastanza comprensione, cambierà.

A volte le relazioni hanno realmente bisogno di tempo.

Altre volte il tempo viene utilizzato per non riconoscere una realtà dolorosa.

La consapevolezza non serve soltanto a sopportare meglio l’assenza.

Serve anche a vedere quando la paura dell’assenza ci mantiene legati a una relazione che continua a produrre solitudine.

La relazione con se stessi non sostituisce le altre relazioni

Si parla spesso della necessità di connettersi con se stessi.

È un’espressione utile, ma può diventare vaga.

Connettersi con se stessi significa, concretamente, non ignorare continuamente ciò che sentiamo.

Riconoscere quando siamo stanchi di una relazione superficiale.

Ammettere che desideriamo intimità.

Vedere quando stiamo fingendo di non avere bisogno di nessuno.

Ascoltare la tristezza senza trasformarla subito in un difetto da correggere.

Ma nessuna relazione interiore sostituisce interamente l’incontro umano.

La pratica può renderci più presenti e meno dipendenti dalle conferme continue.

Non elimina il bisogno di essere ascoltati, toccati, accompagnati e amati.

Una buona relazione con noi stessi dovrebbe aiutarci a cercare meglio gli altri, non a negare che ne abbiamo bisogno.

Creare connessione richiede anche azione

Osservare la solitudine è importante.

Ma, qualche volta, non basta osservare.

Può essere necessario agire.

Scrivere a una persona con cui ci siamo allontanati.

Entrare in un gruppo nel quale incontrare altri con continuità.

Chiedere aiuto.

Dire a un amico che non stiamo bene invece di aspettare che lo capisca da solo.

Limitare il tempo trascorso in ambienti che aumentano il confronto senza offrire vera relazione.

Chiudere un rapporto che mantiene viva la speranza ma non produce incontro.

La mindfulness non sostituisce queste azioni.

Può aiutarci a compierle partendo da una visione più chiara, anziché soltanto dall’urgenza di smettere di soffrire.

Solitudine e autostima

La solitudine diventa particolarmente dolorosa quando viene interpretata come una prova del nostro valore.

Sono solo, quindi nessuno mi vuole.

Nessuno mi sceglie, quindi non sono abbastanza.

Non ho una relazione, quindi ho fallito.

In questo modo una condizione presente diventa un’identità.

Possiamo certamente domandarci quali nostre scelte contribuiscano all’isolamento.

Ma questo è diverso dal trattare la solitudine come una sentenza sulla persona che siamo.

Il legame tra rifiuto, confronto e valore personale è approfondito nell’articolo sull’autostima negli uomini gay.

Non siamo meno degni di amore perché, in questo momento, non stiamo ricevendo l’amore che desideriamo.

La solitudine può mostrare qualcosa, ma non è sempre una maestra

La sofferenza viene spesso romanticizzata.

Ci viene detto che la solitudine serve a conoscerci, crescere e trasformarci.

A volte accade davvero.

Un periodo di solitudine può renderci più consapevoli di ciò che desideriamo e delle relazioni che non vogliamo più accettare.

Ma non dobbiamo attribuirle obbligatoriamente un significato elevato.

La solitudine può essere semplicemente dolorosa.

Può stancarci.

Può restringere la vita.

La pratica non consiste nel convincerci che dovremmo essere grati per ogni sofferenza.

Consiste nel vedere ciò che c’è, senza negarlo e senza costruirvi sopra un’identità permanente.

Non eliminare la solitudine, ma comprenderla

La solitudine non scompare necessariamente nel momento in cui viene osservata.

Può restare.

Può tornare.

Può essere più intensa in alcuni periodi della vita.

La trasformazione non consiste sempre nella scomparsa della sensazione.

Può consistere nel modo in cui smettiamo di reagire automaticamente.

Non scegliamo più chiunque pur di non essere soli.

Non interpretiamo ogni sera vuota come la prova che il futuro sarà uguale.

Non nascondiamo il bisogno di connessione dietro un’immagine di autosufficienza.

Non utilizziamo la meditazione per convincerci che non dovremmo aver bisogno degli altri.

Possiamo sentire la solitudine e, nello stesso tempo, continuare a costruire una vita nella quale la connessione abbia spazio.

La consapevolezza non riempie automaticamente il vuoto.

Può però impedirci di riempirlo con qualunque cosa, qualunque relazione o qualunque persona.

Se questo tema ti interessa...

Puoi approfondirlo attraverso:

Per un percorso dedicato alle esperienze affettive e relazionali degli uomini gay, puoi leggere anche la pagina sul mindfulness coaching per uomini gay.

Puoi inoltre approfondire il rapporto tra solitudine, attaccamento e reattività nella guida completa alla mindfulness nelle relazioni.

Torna al blog

Lascia un commento