Viviamo in un periodo in cui abbiamo accesso a una quantità enorme di informazioni.
Possiamo leggere libri.
Seguire corsi.
Ascoltare insegnamenti.
Possiamo capire molte cose su noi stessi.
Eppure, spesso, continuiamo a soffrire negli stessi modi.
Continuiamo a reagire automaticamente.
A ripetere gli stessi schemi.
A sentirci trascinati da pensieri ed emozioni che sembrano più forti della nostra capacità di scegliere.
È proprio da questa osservazione che nasce la pratica della mindfulness.
Non dall'idea di diventare persone diverse.
Non dalla ricerca di una vita senza difficoltà.
Ma dalla possibilità di vedere con maggiore chiarezza ciò che accade dentro di noi.
La mindfulness non cambia necessariamente ciò che la vita ci porta.
Cambia il modo in cui impariamo a incontrarlo.
In questo articolo esploreremo che cos'è davvero la mindfulness, perché capire non basta e come una pratica costante può trasformare il nostro rapporto con noi stessi, con le emozioni e con le relazioni.
La mindfulness non cambia la vita. Cambia il modo in cui la guardiamo.
Per molto tempo ho pensato che la mindfulness fosse qualcosa da fare quando la vita diventava troppo difficile.
Un modo per rilassarsi.
Per gestire lo stress.
Per sentirsi meglio.
Con gli anni ho capito che la pratica aveva uno scopo diverso.
Non cambiare ciò che accade.
Ma cambiare il modo in cui lo incontro.
Perché gran parte della sofferenza non nasce soltanto dagli eventi.
Nasce anche da come li interpretiamo.
Dalle storie che la mente costruisce.
Dalle paure che proietta nel futuro.
Dai giudizi con cui continuiamo a commentare ciò che stiamo vivendo.
La mindfulness non elimina il dolore.
Non ci rende immuni alle difficoltà.
Non promette una vita perfetta.
Ci offre qualcosa di più semplice e, forse proprio per questo, di più prezioso.
La possibilità di osservare con maggiore chiarezza ciò che accade dentro di noi, momento dopo momento.
Quando iniziamo a osservare la nostra esperienza senza reagire automaticamente, scopriamo uno spazio che prima sembrava non esistere.
È in quello spazio che nasce la possibilità di scegliere.
Di non essere guidati soltanto dall'abitudine.
Di non credere a ogni pensiero.
Di non reagire sempre nello stesso modo.
Questa, per me, è la direzione più autentica della pratica.
Non diventare una persona diversa.
Ma conoscere con maggiore onestà quella che siamo già.
La mindfulness non cambia la vita. Cambia il modo in cui la guardiamo.
Perché soffriamo anche quando sappiamo cosa dovremmo fare
Quasi tutti abbiamo vissuto questa esperienza.
Sappiamo che sarebbe meglio non arrabbiarci.
Non rispondere d'impulso.
Non preoccuparci continuamente.
Eppure continuiamo a farlo.
Perché?
Per molto tempo ho creduto che il problema fosse la mancanza di autocontrollo.
Con la pratica ho scoperto qualcosa di diverso.
Molto spesso non reagiamo ai fatti.
Reagiamo al significato che attribuiamo ai fatti.
Riceviamo un messaggio.
Qualcuno non ci risponde.
Una persona ci critica.
Un collega ci guarda in un certo modo.
L'evento dura pochi istanti.
Ma la mente continua.
Interpreta.
Immagina.
Ricorda.
Anticipa.
Costruisce una storia.
E, senza accorgercene, iniziamo a reagire più a quella storia che alla realtà.
La maggior parte del tempo non siamo in contatto con ciò che sta accadendo.
Siamo in contatto con ciò che la nostra mente racconta su ciò che sta accadendo.
Per approfondire questo tema puoi leggere anche: come la mente costruisce storie che influenzano il nostro modo di vivere le relazioni .
La mindfulness non elimina questo processo.
Ci insegna a riconoscerlo.
A vedere quando stiamo confondendo i fatti con le nostre interpretazioni.
È una differenza sottile.
Ma può cambiare profondamente il modo in cui viviamo le nostre giornate.
Perché non sempre possiamo scegliere ciò che ci accade.
Possiamo però imparare a riconoscere il momento in cui la mente inizia ad aggiungere qualcosa che, forse, non appartiene alla realtà.
È da lì che nasce una possibilità nuova.
Quella di interrompere gli automatismi.
Di rispondere, invece di reagire.
Non reagiamo ai fatti.
Reagiamo al significato che attribuiamo ai fatti.
Perché capire non basta
Molti di noi sanno già moltissime cose.
Sappiamo che dovremmo essere più pazienti.
Che lo stress ci fa male.
Che arrabbiarsi non risolve quasi mai un problema.
Eppure, quando arriva il momento, continuiamo a reagire nello stesso modo.
Perché?
Perché capire una cosa non significa averla davvero vista.
Possiamo leggere decine di libri sulla rabbia.
Comprenderne i meccanismi.
Spiegarli perfettamente.
Ma tutto questo non impedisce alla rabbia di prendere il sopravvento quando qualcuno ci ferisce.
La pratica della mindfulness parte proprio da qui.
Dalla differenza tra conoscere un'idea e fare esperienza diretta di ciò che accade nella nostra mente.
Quando osserviamo un'emozione mentre nasce...
quando ci accorgiamo di un pensiero prima di seguirlo...
quando riconosciamo un automatismo mentre si sta manifestando...
non stiamo semplicemente accumulando nuove informazioni.
Stiamo sviluppando una comprensione diversa.
Una comprensione che non nasce dai concetti.
Nasce dall'esperienza.
È per questo che la mindfulness non consiste nel pensare meglio.
Consiste nel vedere con maggiore chiarezza.
E questa chiarezza non può essere trasmessa da un libro.
Né da un insegnante.
Può essere indicata.
Accompagnata.
Allenata.
Ma, prima o poi, ciascuno deve riconoscerla nella propria esperienza.
È lì che qualcosa inizia davvero a cambiare.
Non perché abbiamo imparato una teoria in più.
Ma perché abbiamo iniziato a vedere direttamente ciò che prima passava inosservato.
Se vuoi approfondire il tema della differenza tra comprendere mentalmente e fare esperienza diretta, puoi leggere anche: Mindfulness e relazioni: comprendere davvero la propria esperienza .
Sapere non è vedere.
Che cos'è davvero la mindfulness
Negli ultimi anni la mindfulness è diventata sempre più conosciuta.
La troviamo nei libri.
Nelle aziende.
Nelle scuole.
Negli ospedali.
E perfino nelle app per lo smartphone.
È una diffusione che considero positiva.
Ma ha creato anche un po' di confusione.
Per alcuni la mindfulness è una tecnica di rilassamento.
Per altri un modo per ridurre lo stress.
Per altri ancora uno strumento per migliorare le prestazioni.
Può avere anche questi effetti.
Ma, almeno per come la intendo io, non è questo il suo scopo principale.
La mindfulness è la capacità di essere pienamente presenti all'esperienza che stiamo vivendo, momento dopo momento.
Con curiosità.
Con apertura.
E con il minor numero possibile di automatismi.
Non significa svuotare la mente.
Non significa smettere di pensare.
Non significa controllare le emozioni.
Significa imparare a riconoscere pensieri, emozioni e sensazioni corporee per quello che sono, senza esserne immediatamente trascinati.
È una differenza sottile.
Ma può cambiare profondamente il modo in cui viviamo.
Quando qualcuno ci critica, per esempio, possiamo reagire d'impulso.
Oppure possiamo accorgerci di ciò che sta accadendo dentro di noi.
La tensione nel corpo.
Il desiderio di difenderci.
I pensieri che iniziano ad affollare la mente.
Quell'istante di consapevolezza non elimina l'emozione.
Ma crea uno spazio.
Ed è in quello spazio che ritroviamo la possibilità di scegliere.
Per questo motivo considero la mindfulness molto più di una tecnica.
È un modo diverso di entrare in relazione con la nostra esperienza.
Non per cambiarla a tutti i costi.
Ma per comprenderla con maggiore chiarezza.
La mindfulness non consiste nel controllare la mente.
Consiste nell'imparare a vederla con chiarezza.
Le relazioni sono il luogo in cui la pratica diventa reale
È relativamente facile sentirsi calmi quando tutto va bene.
Quando nessuno ci contraddice.
Quando le cose seguono il corso che avevamo immaginato.
La vera pratica inizia quando la vita smette di collaborare con le nostre aspettative.
Una discussione con il partner.
Un collega che ci critica.
Un figlio che non ci ascolta.
Un amico che ci delude.
Sono questi i momenti in cui scopriamo quanto conosciamo davvero la nostra mente.
Spesso pensiamo che il problema siano gli altri.
Con il tempo ho imparato che le relazioni sono soprattutto uno specchio.
Ci mostrano le nostre paure.
I nostri bisogni.
Le nostre aspettative.
Le ferite che portiamo con noi.
Naturalmente questo non significa che l'altro abbia sempre ragione.
O che dobbiamo accettare qualsiasi comportamento.
Significa riconoscere che ogni relazione è anche un'occasione per osservare come reagiamo.
Che cosa ci ferisce.
Che cosa difendiamo.
Quali storie iniziamo a raccontarci.
Se vuoi approfondire questo tema puoi leggere anche: perché soffriamo così tanto nelle relazioni secondo la mindfulness .
La mindfulness non rende le relazioni prive di conflitti.
Ci aiuta ad attraversarli con maggiore presenza.
A riconoscere quando stiamo reagendo automaticamente.
Ad ascoltare prima di rispondere.
A distinguere ciò che sta realmente accadendo da ciò che la nostra mente sta aggiungendo.
Per questo considero le relazioni uno dei luoghi più importanti della pratica.
Non perché siano facili.
Ma perché è proprio lì che possiamo vedere con maggiore chiarezza i nostri automatismi.
Ed è sempre lì che abbiamo l'opportunità di fare qualcosa di diverso.
Per approfondire la reattività emotiva nelle relazioni: comprendere le nostre reazioni emotive con la mindfulness .
Le relazioni non sono un ostacolo alla pratica.
Sono il luogo in cui la pratica viene messa alla prova.
Che cosa cambia davvero con la pratica
Una delle domande che mi viene rivolta più spesso è:
«Dopo tanti anni di meditazione, che cosa cambia davvero?»
La risposta, forse, sorprende molte persone.
La vita non smette di essere imprevedibile.
Continuano ad arrivare giornate difficili.
Delusioni.
Perdite.
Momenti di paura.
La pratica non elimina tutto questo.
Quello che cambia è il rapporto che abbiamo con la nostra esperienza.
Con il tempo possiamo accorgerci prima di un pensiero che sta prendendo il sopravvento.
Riconoscere un'emozione prima che diventi un automatismo.
Lasciare andare una discussione invece di alimentarla.
Accettare di non avere sempre il controllo.
Sono cambiamenti spesso piccoli.
Quasi invisibili.
Ma, sommati giorno dopo giorno, possono trasformare profondamente il modo in cui viviamo.
Molte persone immaginano che meditare significhi non arrabbiarsi più.
Non avere più paura.
Essere sempre sereni.
La mia esperienza è diversa.
Le emozioni continuano ad arrivare.
La differenza è che, sempre più spesso, non sono più loro a decidere per noi.
C'è uno spazio.
Un istante di maggiore lucidità.
Ed è in quello spazio che ritroviamo la libertà di scegliere come rispondere.
La pratica non cambia ciò che siamo.
Ci permette di vedere con maggiore chiarezza ciò che accade, dentro e fuori di noi.
Ed è da questa chiarezza che, poco alla volta, nasce un modo diverso di stare nella vita.
Puoi approfondire il tema dello spazio tra emozione e reazione qui: mindfulness, attaccamento e reattività nelle relazioni .
Il cambiamento non si misura dall'assenza delle emozioni,
ma dal rapporto che impariamo ad avere con esse.
Come iniziare (e gli errori che quasi tutti commettono)
Se sei arrivato fin qui, potresti avere una domanda molto semplice.
Da dove si comincia?
Molte persone immaginano che per meditare servano ore di silenzio.
Un luogo perfetto.
Una mente tranquilla.
O una particolare predisposizione.
La mia esperienza dice il contrario.
Si comincia esattamente da dove siamo.
Con la mente agitata.
Con le distrazioni.
Con i dubbi.
Con le giornate in cui non abbiamo nessuna voglia di sederci.
La pratica non richiede una mente perfetta.
Richiede soltanto la disponibilità a osservare quella che abbiamo.
All'inizio è normale pensare di stare sbagliando.
Ci sediamo.
Dopo pochi secondi la mente parte.
Ricordi.
Progetti.
Liste.
Preoccupazioni.
Fantasie.
E spesso concludiamo:
«Non sono capace di meditare.»
In realtà è proprio il contrario.
È in quel momento che stiamo iniziando a vedere come funziona la nostra mente.
Ogni volta che ci accorgiamo di esserci distratti e torniamo gentilmente al momento presente, stiamo allenando l'attenzione.
Non è un fallimento.
È la pratica.
Per questo consiglio sempre di iniziare con poco.
Dieci minuti al giorno, praticati con continuità, valgono molto più di un'ora ogni tanto.
La trasformazione non nasce dall'intensità.
Nasce dalla regolarità.
Molti mi chiedono anche se sia possibile imparare da soli.
La risposta è sì.
Oggi esistono libri, corsi e risorse eccellenti.
Ma credo anche che avere una guida possa evitare molti fraintendimenti.
Un insegnante non pratica al posto nostro.
Non ha risposte magiche.
Può però aiutarci a riconoscere gli ostacoli più comuni e a evitare di trasformare la meditazione in un'altra prestazione.
Perché succede anche questo.
Invece di osservare la mente...
iniziamo a giudicarla.
Vogliamo essere più bravi.
Più concentrati.
Più spirituali.
E, senza accorgercene, trasformiamo la meditazione nell'ennesima cosa in cui dimostrare qualcosa.
La pratica ci invita nella direzione opposta.
Non a diventare qualcuno.
Ma a conoscere con maggiore onestà chi siamo già.
È un percorso che richiede pazienza.
Curiosità.
E una buona dose di gentilezza verso se stessi.
Perché non stiamo cercando di costruire una mente diversa.
Stiamo imparando ad abitare quella che abbiamo.
Ogni volta che torni al momento presente, hai già praticato.
Perché continuo a insegnare
Dopo più di trent'anni di pratica, ogni tanto qualcuno mi chiede:
«Ti capita ancora di meditare?»
Sorrido.
Perché la domanda contiene un'idea molto diffusa.
Che la meditazione sia qualcosa da fare finché non si raggiunge un certo risultato.
Per me è successo il contrario.
Più pratico, più mi accorgo di quanto ci sia ancora da osservare.
La pratica non ha eliminato le mie paure.
Non mi ha reso una persona perfetta.
Non mi ha risparmiato i momenti difficili.
Mi ha però insegnato qualcosa che considero immensamente prezioso.
Mi ha insegnato a incontrare la vita con più presenza e più onestà.
Nel corso degli anni ho avuto il privilegio di accompagnare migliaia di persone.
Storie diverse.
Esperienze diverse.
Domande diverse.
Eppure, sotto la superficie, emerge sempre qualcosa che ci accomuna.
Tutti desideriamo soffrire un po' meno.
Tutti desideriamo sentirci più liberi.
Ogni volta che una persona mi dice:
"Per la prima volta mi sono accorto di quello che la mia mente stava facendo."
capisco perché continuo a insegnare.
Perché è lì che la pratica diventa reale.
Non quando si raggiunge uno stato particolare.
Ma quando iniziamo a riconoscere ciò che, fino a quel momento, ci guidava senza che ce ne accorgessimo.
Per questo non mi interessa convincere nessuno.
Non credo che la mindfulness sia la risposta a tutto.
Credo semplicemente che imparare a osservare la propria esperienza possa cambiare profondamente il modo in cui viviamo.
È una convinzione che nasce dalla pratica.
Ogni giorno.
Ancora oggi.
Ed è per questo che continuo a sedermi.
E continuo a insegnare.
Continuo a insegnare perché continuo a vedere persone diventare un po' più libere.
Conclusione
Per molti anni ho creduto che la meditazione servisse a cambiare chi ero.
Pensavo che praticare significasse diventare più calmo.
Più saggio.
Più sereno.
Con il tempo ho capito che la pratica mi stava insegnando qualcosa di diverso.
Non ad aggiungere.
Ma a togliere.
A togliere un'illusione.
Un automatismo.
Una paura.
A vedere con maggiore chiarezza le storie che la mente costruisce.
Le immagini che abbiamo di noi stessi.
Le idee su come dovremmo essere.
La meditazione non ci rende persone perfette.
Non elimina il dolore.
Non ci protegge dalle difficoltà della vita.
Ci offre però qualcosa di più semplice e, forse proprio per questo, di più prezioso.
La possibilità di incontrare ciò che accade senza dover continuamente reagire, controllare o fuggire.
Forse la libertà non nasce quando finalmente diventiamo la persona che abbiamo immaginato di dover essere.
Forse nasce quando smettiamo lentamente di allontanarci da ciò che siamo già.
Non si tratta di arrivare da qualche parte.
Ma di imparare a vedere più chiaramente il punto in cui ci troviamo.
Ed è questo il motivo per cui, dopo tanti anni, continuo a praticare.
Ed è questo il motivo per cui continuo a insegnare.
La mindfulness non ci insegna a diventare qualcun altro.
Ci insegna a incontrare con maggiore chiarezza ciò che siamo già.Capire non basta. La pratica inizia dall'esperienza.
Dopo più di trent'anni di pratica ho imparato una cosa semplice: la mindfulness non si comprende soltanto leggendo o ascoltando qualcuno parlarne.
La si comprende quando iniziamo a osservare direttamente la nostra esperienza.
Se vuoi approfondire questo percorso, puoi partecipare gratuitamente al workshop:
Un percorso individuale di mindfulness coaching
Se senti il desiderio di lavorare più profondamente sulla consapevolezza, sulle emozioni e sulle relazioni, puoi iniziare un percorso individuale.
Un accompagnamento personalizzato per osservare la tua esperienza con maggiore chiarezza e trasformare la pratica in qualcosa di concreto nella vita quotidiana.
Vuoi approfondire la pratica?
Se senti il desiderio di esplorare la mindfulness non solo come concetto, ma come esperienza diretta, puoi partecipare al workshop gratuito:
Capire non basta: un percorso per incontrare la mente con maggiore chiarezza
Oppure puoi iniziare un percorso individuale di mindfulness coaching per lavorare sulla consapevolezza, sulle emozioni e sulle relazioni.
Capire non basta. La pratica inizia dall'esperienza.
Dopo più di trent'anni di pratica ho imparato una cosa semplice: la mindfulness non si comprende soltanto leggendo o ascoltando qualcuno parlarne.
La si comprende quando iniziamo a osservare direttamente la nostra esperienza.
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