Per molto tempo ho pensato che avere autostima significasse sentirsi sicuri.
Entrare in una stanza senza disagio. Non preoccuparsi troppo del giudizio degli altri. Sapere ciò che si vuole e riuscire a dirlo con chiarezza.
Ma l’autostima non si vede soltanto nei momenti in cui ci sentiamo forti.
Si vede soprattutto quando qualcosa ci mette in discussione.
Quando una persona che desideriamo non ci sceglie.
Quando qualcuno non risponde.
Quando ci confrontiamo con un uomo che consideriamo più giovane, più bello o più desiderabile.
Quando una relazione finisce e, insieme alla relazione, sembra crollare anche l’immagine che avevamo di noi stessi.
È in quei momenti che diventa evidente che l’autostima non è soltanto ciò che pensiamo di noi.
È il modo in cui ci trattiamo quando non riceviamo la conferma che speravamo.
L’autostima non è sentirsi sempre sicuri
Una persona con una buona autostima può sentirsi insicura.
Può avere paura di essere rifiutata, provare gelosia, desiderare rassicurazioni o soffrire quando una relazione finisce.
La differenza non consiste nell’assenza di queste esperienze.
Consiste nel modo in cui ci relazioniamo a esse.
Quando l’autostima è fragile, una delusione non rimane soltanto una delusione.
Diventa una definizione di chi siamo.
Una persona non ci desidera e la mente conclude che non siamo desiderabili.
Qualcuno si allontana e pensiamo di non essere abbastanza importanti.
Una relazione fallisce e cominciamo a credere che ci sia qualcosa di irrimediabilmente sbagliato in noi.
Il dolore dell’esperienza viene così aggiunto a un giudizio sulla nostra identità.
Non soffriamo soltanto per ciò che è accaduto.
Soffriamo anche per ciò che abbiamo deciso che quell’esperienza dica sul nostro valore.
Da dove nasce l’autostima negli uomini gay
Non esiste un’unica esperienza condivisa da tutti gli uomini gay.
Le storie personali, familiari e culturali possono essere molto diverse.
Molti, però, sono cresciuti imparando abbastanza presto che una parte importante di sé poteva essere giudicata, nascosta o rifiutata.
Anche prima di comprendere chiaramente il proprio orientamento, un bambino può accorgersi che alcuni gesti, desideri o modi di essere non vengono accolti come quelli degli altri.
Può imparare a controllarsi.
A osservare le reazioni degli altri.
A modificare il modo in cui parla, si muove o esprime affetto.
Non sempre questo produce un trauma evidente. A volte diventa semplicemente un’abitudine molto profonda: verificare continuamente se siamo accettabili.
Da adulti, quella verifica può continuare attraverso lo sguardo degli altri uomini.
Siamo abbastanza attraenti?
Abbastanza maschili?
Abbastanza giovani?
Abbastanza interessanti da essere scelti?
Il problema non è desiderare di piacere. È umano.
Il problema nasce quando il nostro senso di valore dipende quasi interamente dalla risposta che riceviamo.
Quando il desiderio diventa una misura del proprio valore
Nella vita di molti uomini gay, il desiderio può avere un ruolo particolarmente importante.
Essere desiderati può sembrare una conferma non soltanto della propria attrattiva, ma della propria esistenza.
Qualcuno ci guarda, ci cerca o vuole fare sesso con noi, e per un momento ci sentiamo visibili.
Quando invece quella conferma manca, può emergere un senso di inadeguatezza molto più profondo della situazione stessa.
Le app di incontri possono rendere questo processo ancora più rapido.
Una conversazione si interrompe.
Un profilo non risponde.
Una persona ci sceglie e subito dopo sembra preferirne un’altra.
In pochi minuti possiamo passare dal sentirci desiderabili al sentirci invisibili.
Questo non significa che le app siano la causa della bassa autostima.
Spesso rendono visibile un meccanismo già presente: utilizziamo l’attenzione esterna per regolare il modo in cui ci sentiamo rispetto a noi stessi.
Il sollievo, però, dura poco.
Una conferma ci tranquillizza oggi, ma domani ne servirà un’altra.
Il confronto che non finisce mai
Una parte importante dell’insicurezza nasce dal confronto.
La mente prende una qualità visibile dell’altra persona e la trasforma in una sentenza su di noi.
Lui è più giovane, quindi io sto perdendo valore.
Lui ha un corpo migliore, quindi io non sono abbastanza attraente.
Lui riceve più attenzione, quindi io conto meno.
Il confronto sembra descrivere la realtà, ma spesso sta facendo qualcosa di diverso.
Sta cercando di stabilire una gerarchia.
Chi è più desiderabile?
Chi ha più possibilità?
Chi rischia maggiormente di essere sostituito?
Quando viviamo all’interno di questa gerarchia, non incontriamo più veramente gli altri.
Li utilizziamo come specchi nei quali cercare continuamente una risposta alla domanda: “Valgo abbastanza?”
Il problema è che nessuno specchio può offrire una risposta stabile.
Come la bassa autostima entra nelle relazioni
Nelle relazioni, una fragilità nel rapporto con noi stessi può prendere forme molto diverse.
Possiamo adattarci eccessivamente per paura che l’altra persona se ne vada.
Possiamo evitare di esprimere un bisogno perché temiamo di essere considerati troppo esigenti.
Possiamo cercare conferme continue e interpretare ogni distanza come un segnale di rifiuto.
Oppure possiamo fare il contrario.
Possiamo mantenerci emotivamente distanti, apparire indipendenti e ritirarci non appena qualcuno diventa importante.
A prima vista sembrano comportamenti opposti.
Uno cerca disperatamente la vicinanza; l’altro la evita.
Ma entrambi possono nascere dalla stessa paura: mostrare chi siamo e scoprire che non basta.
È qui che il lavoro sulla mindfulness nelle relazioni diventa concreto.
Non si tratta soltanto di comprendere intellettualmente i propri schemi.
Si tratta di riconoscere il momento in cui la paura comincia a guidare il comportamento.
Autostima e vulnerabilità emotiva
Molte persone cercano di costruire autostima mostrando soltanto le parti che considerano accettabili.
Vogliono apparire forti, desiderabili, autonomi e poco bisognosi.
Ma se il nostro valore dipende dal mantenimento di quell’immagine, basta poco per farlo crollare.
La vera stabilità non nasce dal riuscire a sembrare invulnerabili.
Nasce dalla possibilità di riconoscere anche ciò che non corrisponde all’immagine che vorremmo offrire.
Posso avere paura senza considerarmi debole.
Posso desiderare vicinanza senza vergognarmi del mio bisogno.
Posso essere rifiutato senza trasformare quel rifiuto in una sentenza sulla mia persona.
Posso ammettere che qualcosa mi ha ferito senza perdere dignità.
Questo è uno degli aspetti che approfondisco nell’articolo sulla vulnerabilità emotiva tra uomini gay.
La vulnerabilità non è raccontare tutto a tutti.
È non dover nascondere continuamente la propria esperienza a se stessi.
Perché pensare positivo non basta
Quando l’autostima è fragile, spesso proviamo a correggerla attraverso il pensiero.
Ripetiamo che valiamo, che siamo belli, che meritiamo amore.
Queste frasi possono essere utili, soprattutto quando il nostro dialogo interno è particolarmente duro.
Ma non sempre arrivano al punto centrale.
Puoi ripeterti di avere valore e perdere comunque ogni stabilità quando una persona non ti sceglie.
Puoi sapere razionalmente che il tuo corpo non determina il tuo valore e continuare a sentirti inferiore davanti a un uomo più giovane.
Puoi comprendere che un rifiuto non definisce chi sei e viverlo ugualmente come una prova del contrario.
Capire non basta.
È necessario vedere come il meccanismo si manifesta nel momento in cui accade.
La contrazione nel corpo.
Il paragone.
Il giudizio.
L’impulso a cambiare qualcosa di sé per essere scelti.
Il pensiero che trasforma una singola esperienza in una definizione globale.
Che cosa cambia con la mindfulness
La mindfulness non costruisce una nuova immagine positiva da contrapporre a quella negativa.
Ci aiuta a osservare il processo con cui continuiamo a produrre e difendere entrambe.
Durante la pratica possiamo cominciare a vedere che un pensiero come “non sono abbastanza” è un evento mentale.
Può essere molto convincente.
Può produrre dolore e reazioni fisiche.
Ma non per questo diventa una descrizione oggettiva della realtà.
Possiamo anche riconoscere che l’insicurezza non è un’identità.
È un’esperienza che nasce in determinate condizioni, rimane per un certo tempo e poi cambia.
Questo non significa ignorarla.
Significa non dover organizzare tutta la nostra vita intorno al tentativo di eliminarla.
Con il tempo, la pratica può creare una stabilità meno dipendente dal modo in cui veniamo percepiti.
Non una sicurezza permanente, ma la capacità di non abbandonarci ogni volta che compare il dubbio.
Autostima non significa considerarsi migliori
L’autostima viene spesso confusa con la convinzione di essere speciali.
Ma il bisogno di sentirsi superiori può essere fragile quanto il sentirsi inferiori.
In entrambi i casi continuiamo a misurare il nostro valore attraverso il confronto.
L’autostima più stabile non dice:
“Sono migliore degli altri.”
Dice qualcosa di più semplice:
“Non devo dimostrare continuamente il mio diritto a esistere.”
Non richiede di essere il più bello, il più desiderato o il più interessante nella stanza.
Permette di riconoscere qualità e limiti senza trasformarli in un tribunale permanente.
Posso desiderare di crescere senza trattare la persona che sono oggi come un errore da correggere.
Imparare a non abbandonarsi
Per me, una parte importante dell’autostima consiste proprio in questo: non abbandonarsi quando qualcosa fa male.
Quando veniamo rifiutati, la mente può unirsi immediatamente al rifiuto.
L’altra persona non ci sceglie e anche noi cominciamo a non sceglierci.
Ci critichiamo.
Confrontiamo il nostro corpo.
Ripassiamo ogni errore.
Cerchiamo di capire che cosa dovremmo diventare per non vivere più quell’esperienza.
La pratica offre una possibilità diversa.
Non quella di evitare il dolore, ma di non aggiungere al dolore un attacco contro noi stessi.
Possiamo sentire delusione e restare presenti.
Possiamo riconoscere il bisogno di essere amati senza considerarlo umiliante.
Possiamo vedere i nostri schemi con onestà senza usare quella stessa consapevolezza per condannarci.
È un processo lento.
Non si risolve con una decisione o con una frase motivazionale.
Ma può cambiare profondamente il modo in cui entriamo nelle relazioni.
Relazioni più autentiche
Quando non dipendiamo interamente dalla conferma dell’altra persona, possiamo incontrarla in modo più autentico.
Possiamo dire ciò che desideriamo senza trasformarlo in una pretesa.
Possiamo ascoltare un no senza fingere che non faccia male, ma anche senza considerarlo una distruzione della nostra identità.
Possiamo scegliere una relazione sulla base di ciò che realmente offre, anziché restare soltanto perché essere lasciati ci sembra intollerabile.
Possiamo anche smettere di utilizzare il sesso, l’attenzione o l’approvazione come unica prova del nostro valore.
Questo non elimina la vulnerabilità.
Rende però possibile costruire relazioni più autentiche tra uomini gay, nelle quali non siamo costretti a scegliere continuamente tra nasconderci e compiacere.
L’autostima cambia attraverso il modo in cui viviamo
L’autostima non è un oggetto che possediamo oppure non possediamo.
È una relazione che viene rinnovata attraverso il modo in cui viviamo.
Cambia ogni volta che riconosciamo un bisogno senza vergognarcene.
Ogni volta che smettiamo di inseguire qualcuno che non vuole esserci.
Ogni volta che mettiamo un limite senza trasformarlo in una vendetta.
Ogni volta che attraversiamo un rifiuto senza utilizzarlo per dimostrare che non valiamo.
Ogni volta che ci mostriamo in modo un po’ più autentico, senza sapere in anticipo come verremo accolti.
La mindfulness può accompagnare questo processo perché ci insegna a osservare senza controllare e a riconoscere senza identificarci completamente.
Non ci rende invulnerabili.
Ci aiuta a non perdere noi stessi ogni volta che diventiamo vulnerabili.
Se questo tema ti interessa...
Puoi approfondirlo attraverso:
Per un percorso dedicato alle esperienze relazionali degli uomini gay, puoi leggere anche la pagina sul mindfulness coaching per uomini gay.