Vulnerabilità emotiva tra uomini gay: perché aprirsi può fare così paura

Vulnerabilità emotiva tra uomini gay: perché aprirsi può fare così paura


Molti uomini desiderano una relazione profonda.

Vogliono sentirsi conosciuti, scelti e accolti per ciò che sono.

Poi, quando qualcuno si avvicina davvero, qualcosa cambia.

Diventa difficile parlare di ciò che si prova.

Un bisogno che sembrava chiaro diventa improvvisamente imbarazzante.

Una paura viene nascosta dietro l’ironia, il silenzio o la rabbia.

Possiamo desiderare che l’altra persona ci comprenda e, nello stesso tempo, fare tutto il possibile perché non veda le parti di noi che consideriamo meno accettabili.

È una contraddizione molto umana.

Desideriamo essere amati per ciò che siamo, ma temiamo che mostrarci realmente possa offrire all’altro una ragione per andarsene.

Per molti uomini gay questa paura può essere legata anche all’esperienza di essere cresciuti imparando a osservare, controllare o nascondere parti di sé.

La vulnerabilità non è semplicemente la capacità di parlare delle proprie emozioni. È il rischio di essere visti senza sapere in anticipo come verremo accolti.

Che cosa significa essere vulnerabili

Essere vulnerabili non significa raccontare tutto a tutti.

Non significa esporre ogni ferita, confessare immediatamente ogni paura o trasformare una relazione in un luogo di analisi continua.

La vulnerabilità è qualcosa di più semplice e, proprio per questo, più difficile.

È riuscire a dire:

“Questa cosa mi ha ferito.”

“Ho paura che tu ti stia allontanando.”

“Avrei bisogno di maggiore chiarezza.”

“Mi importa di te più di quanto riesca a mostrare.”

In frasi come queste non stiamo soltanto comunicando un’informazione.

Stiamo rinunciando, almeno per un momento, alla protezione offerta dal distacco, dall’ambiguità o dall’apparente autosufficienza.

Stiamo permettendo all’altra persona di conoscere qualcosa che potrebbe non accogliere come speriamo.

È questo elemento di incertezza a rendere la vulnerabilità così difficile.

Crescere imparando a non farsi vedere

Non tutti gli uomini gay hanno vissuto un rifiuto diretto o un’esperienza apertamente traumatica.

Molti, però, hanno imparato presto che essere pienamente visibili poteva avere delle conseguenze.

Una battuta sentita in famiglia.

Un insulto a scuola.

Il giudizio rivolto a un uomo considerato troppo femminile.

La sensazione che alcuni gesti, desideri o modi di essere dovessero essere controllati.

Anche prima di comprendere chiaramente il proprio orientamento sessuale, un bambino può cominciare a osservare attentamente le reazioni degli altri.

Può imparare a modificare la voce, il corpo, il modo di esprimere affetto o gli interessi che mostra.

Può diventare molto bravo a leggere l’ambiente e a presentare la versione di sé che sembra più sicura.

Questa capacità può essere stata una forma intelligente di protezione.

Ma ciò che ci ha protetto in passato può continuare a funzionare anche quando non è più necessario.

Da adulti possiamo essere apertamente gay, avere amici che ci accettano e vivere in un ambiente relativamente sicuro, continuando però a sentire che mostrare un bisogno emotivo sia pericoloso.

Possiamo avere imparato a mostrare il nostro orientamento senza avere ancora imparato a mostrare noi stessi.

Essere visibili non è la stessa cosa che essere conosciuti

Possiamo essere molto aperti sulla nostra vita e rimanere profondamente protetti sul piano emotivo.

Possiamo parlare liberamente di sesso, raccontare incontri e relazioni, mostrare il corpo e condividere parti private della nostra vita.

Tutto questo non significa necessariamente che permettiamo agli altri di conoscerci.

La visibilità può riguardare ciò che facciamo.

La vulnerabilità riguarda ciò che quell’esperienza significa per noi.

Posso raccontare di avere avuto molti incontri sessuali e non dire mai che mi sento solo.

Posso parlare del mio ex con ironia e non riconoscere quanto mi abbia ferito.

Posso apparire sicuro, libero e indipendente mentre vivo con la paura costante di non essere abbastanza importante per qualcuno.

È possibile essere molto esposti e, nello stesso tempo, molto nascosti.

Le difese non sono il problema: sono state una soluzione

Quando temiamo la vulnerabilità, sviluppiamo strategie per proteggerci.

Possiamo diventare ironici proprio quando una conversazione diventa emotivamente seria.

Possiamo razionalizzare tutto, spiegando perfettamente ciò che accade senza mostrare ciò che proviamo.

Possiamo ritirarci, smettere di rispondere o perdere improvvisamente interesse.

Possiamo scegliere uomini emotivamente indisponibili, perché desiderarli ci permette di restare coinvolti senza correre completamente il rischio dell’intimità.

Oppure possiamo cercare rassicurazioni continue, controllare ogni distanza e chiedere all’altra persona di eliminare tutta la nostra paura.

Queste strategie possono sembrare molto diverse.

Una persona fugge dalla vicinanza.

Un’altra cerca disperatamente di mantenerla.

Entrambe, però, possono avere difficoltà a restare presenti davanti all’incertezza che l’intimità comporta.

È importante non trattare queste difese come difetti morali.

Non sono nate perché siamo incapaci di amare.

Sono nate perché, in qualche momento della nostra vita, ci sono sembrate il modo migliore per non essere feriti.

Il problema comincia quando continuiamo a utilizzarle automaticamente, anche quando ci impediscono di vivere la relazione che desideriamo.

Quando la paura appare come indifferenza

Non sempre la paura dell’intimità si presenta come paura.

A volte si presenta come noia.

All’inizio qualcuno ci attrae moltissimo.

La distanza crea desiderio, fantasia e intensità.

Poi l’altra persona comincia a essere disponibile.

Ci cerca.

Mostra interesse.

Vuole conoscerci.

Proprio in quel momento possiamo iniziare a vedere difetti che prima non notavamo.

Ci sentiamo meno attratti.

Abbiamo bisogno di maggiore spazio.

Cominciamo a pensare che forse non fosse davvero la persona giusta.

A volte è semplicemente così: l’interesse può cambiare e non ogni relazione deve continuare.

Ma altre volte vale la pena domandarsi se ciò che chiamiamo perdita d’interesse non sia comparso esattamente quando la vicinanza è diventata reale.

La mente può preferire il desiderio alla relazione perché il desiderio mantiene l’altro a una distanza relativamente sicura.

Questo è uno dei temi che approfondisco nell’articolo sulla paura dell’intimità negli uomini gay.

Quando la vulnerabilità diventa bisogno di rassicurazione

Esiste anche un movimento opposto.

Quando una persona diventa importante, possiamo sentire di avere continuamente bisogno di conferme.

Ogni silenzio sembra una minaccia.

Ogni cambiamento di tono viene analizzato.

Ogni distanza produce la paura che la relazione stia finendo.

In questi momenti possiamo pensare di stare semplicemente comunicando la nostra vulnerabilità.

Ma esprimere vulnerabilità e chiedere all’altro di regolare continuamente le nostre emozioni non sono la stessa cosa.

Dire:

“Quando non ricevo tue notizie mi accorgo che si attiva molta paura”

è diverso dal dire:

“Se mi amassi davvero, non mi faresti mai sentire così.”

Nel primo caso condividiamo la nostra esperienza.

Nel secondo la trasformiamo in un obbligo per l’altra persona.

La vulnerabilità autentica non elimina la responsabilità emotiva.

Ci permette di mostrare ciò che proviamo senza utilizzare necessariamente quella sofferenza per controllare il comportamento dell’altro.

La difficoltà di chiedere ciò di cui abbiamo bisogno

Molti uomini non hanno imparato a esprimere chiaramente i propri bisogni emotivi.

Hanno imparato a risolvere problemi, mantenere il controllo, apparire indipendenti e non chiedere troppo.

Tra due uomini può accadere che entrambi aspettino che sia l’altro a esporsi per primo.

Entrambi desiderano maggiore vicinanza.

Entrambi temono di sembrare bisognosi.

Entrambi interpretano il silenzio dell’altro come disinteresse.

Nessuno dice chiaramente che cosa sta accadendo.

Il bisogno non espresso, però, non scompare.

Può trasformarsi in irritazione, chiusura o risentimento.

Possiamo cominciare a punire l’altro per non avere compreso qualcosa che non gli abbiamo mai detto.

Esprimere un bisogno non garantisce che venga soddisfatto.

Possiamo chiedere maggiore presenza e scoprire che l’altra persona non può offrirla.

Possiamo dichiarare ciò che desideriamo e ricevere un no.

È proprio questa possibilità a rendere l’autenticità rischiosa.

Ma non esprimere il bisogno non ci protegge realmente dal rifiuto.

Ci protegge soltanto dalla chiarezza.

Vulnerabilità non significa perdere i propri confini

Esiste anche un’idea romantica della vulnerabilità secondo cui essere aperti significherebbe abbattere ogni barriera e consegnarsi completamente all’altra persona.

Ma vulnerabilità e assenza di confini non sono la stessa cosa.

Non siamo obbligati a raccontare tutto.

Non dobbiamo mostrarci a una persona che non ha dimostrato di saper accogliere ciò che condividiamo.

Non dobbiamo utilizzare la sincerità per restare in una relazione che ci fa male.

La vulnerabilità richiede discernimento.

Possiamo aprirci gradualmente.

Possiamo osservare come l’altra persona tratta ciò che le affidiamo.

Possiamo fermarci quando non ci sentiamo rispettati.

Possiamo essere autentici e, nello stesso tempo, proteggere ciò che ha bisogno di essere protetto.

Mostrare una parte delicata di sé a qualcuno che la utilizza per ferirci non è crescita spirituale.

È importante che la mindfulness non venga trasformata in un invito a tollerare tutto.

Non ogni difficoltà viene dal nostro passato

Quando lavoriamo sulla vulnerabilità, possiamo cadere nella tentazione di interpretare ogni dolore come una nostra difesa.

Se facciamo fatica ad aprirci, forse abbiamo paura dell’intimità.

Se non ci fidiamo, forse stiamo proiettando esperienze precedenti.

Se chiediamo chiarezza, forse siamo troppo insicuri.

A volte è così.

Ma non sempre.

La fiducia non è soltanto una capacità interiore. Dipende anche dal comportamento della persona che abbiamo davanti.

È difficile sentirsi sicuri con qualcuno che promette e scompare.

È difficile aprirsi con una persona che ridicolizza le emozioni.

È difficile mostrare un bisogno quando ogni bisogno viene vissuto come un peso.

La consapevolezza non consiste nel cercare sempre il problema dentro di noi.

Consiste nel vedere sia ciò che proviene dalla nostra storia sia ciò che sta realmente accadendo nella relazione presente.

Posso riconoscere la mia paura del rifiuto e, nello stesso tempo, vedere che l’altra persona è incoerente.

Posso lavorare sulla mia difficoltà a fidarmi e decidere comunque che quella relazione non offre sufficiente sicurezza.

Posso comprendere le difese dell’altro senza trasformarle in una giustificazione permanente.

Che cosa può mostrare il corpo

Prima di chiuderci, attaccare o allontanarci, spesso nel corpo è già accaduto qualcosa.

Il petto si contrae.

La gola si chiude.

Il respiro cambia.

Arriva calore, tensione o una sensazione di vuoto.

Subito dopo, la mente costruisce una storia.

“Non gli importa.”

“Sto chiedendo troppo.”

“Se gli dico ciò che provo, se ne andrà.”

“Non devo aver bisogno di nessuno.”

La reazione sembra nascere direttamente dalla situazione, ma tra ciò che accade e ciò che facciamo esiste spesso una sequenza molto rapida.

La mindfulness ci aiuta a renderla visibile.

Non per controllare il corpo o eliminare la paura.

Per riconoscere il momento in cui la vulnerabilità si trasforma automaticamente in difesa.

Come può aiutare la mindfulness

La mindfulness non rende improvvisamente facile aprirsi.

Non elimina il rischio del rifiuto e non garantisce che l’altra persona risponda come desideriamo.

Aiuta però a osservare più chiaramente ciò che accade dentro di noi.

Possiamo riconoscere la paura prima che diventi distanza.

Possiamo sentire l’impulso a nasconderci senza seguirlo immediatamente.

Possiamo notare la vergogna che compare quando esprimiamo un bisogno.

Possiamo distinguere una sensazione presente dalla storia che la mente costruisce intorno a essa.

Dire:

“In questo momento sento paura”

non è la stessa cosa che concludere:

“Questa persona mi rifiuterà certamente.”

La prima frase descrive un’esperienza.

La seconda trasforma l’esperienza in una previsione.

Con la pratica, possiamo cominciare a restare accanto alla prima senza essere trascinati immediatamente dalla seconda.

Capire le proprie difese non basta

Molte persone conoscono già perfettamente i propri schemi.

Sanno di avere paura del rifiuto.

Sanno di chiudersi quando qualcuno si avvicina.

Sanno di utilizzare l’ironia per evitare conversazioni emotive.

Sanno di scegliere spesso uomini indisponibili.

Eppure continuano a reagire nello stesso modo.

Capire non basta.

La comprensione teorica è importante, ma il cambiamento avviene quando riusciamo a vedere la difesa nel momento in cui si forma.

Non soltanto il giorno dopo.

Non soltanto quando raccontiamo la relazione a un amico.

Ma mentre il corpo si contrae, la mente interpreta e nasce l’impulso a scappare, attaccare o trattenere.

All’inizio ce ne accorgiamo dopo avere reagito.

Poi durante la reazione.

Qualche volta riusciamo a riconoscere il processo prima che diventi un comportamento.

È in quello spazio che può apparire una scelta diversa.

La vulnerabilità e l’autostima

È difficile mostrarsi quando il proprio valore dipende interamente dal modo in cui si viene accolti.

Se un rifiuto significa “non valgo”, ogni apertura diventa pericolosa.

Se una critica significa “c’è qualcosa di sbagliato in me”, sarà più sicuro nascondersi o attaccare per primi.

Una maggiore stabilità interiore non elimina il dolore del rifiuto.

Permette però di non trasformarlo immediatamente in una definizione di noi stessi.

Posso mostrare ciò che provo e scoprire che l’altra persona non riesce ad accoglierlo.

Questo può ferire.

Ma non deve necessariamente significare che il mio bisogno fosse sbagliato, che io sia troppo fragile o che non meriti una relazione profonda.

Il legame tra vulnerabilità e valore personale è approfondito nell’articolo sull’autostima negli uomini gay.

L’autenticità non è dire tutto impulsivamente

A volte, nel nome dell’autenticità, scarichiamo sull’altra persona qualunque emozione nel momento stesso in cui compare.

Ma essere autentici non significa trasformare ogni reazione in una dichiarazione.

Non tutto ciò che pensiamo deve essere detto.

Non ogni paura descrive la realtà.

Non ogni impulso ha bisogno di diventare un’azione.

La mindfulness crea la possibilità di sentire pienamente senza dover comunicare immediatamente da uno stato di attivazione.

Possiamo aspettare che la reazione perda parte della propria urgenza.

Possiamo capire che cosa vogliamo realmente esprimere.

Possiamo parlare dalla vulnerabilità invece di parlare soltanto dalla difesa.

Dire:

“Mi sono accorto che questa situazione mi fa sentire insicuro e vorrei capire come la vivi tu”

è diverso dall’accusare:

“Tu non mi fai mai sentire importante.”

La prima frase apre una conversazione.

La seconda può essere comprensibile, ma spesso costringe l’altro a difendersi prima ancora di riuscire ad ascoltare.

Aprirsi gradualmente

La vulnerabilità non deve essere un salto nel vuoto.

Può essere un processo graduale.

Possiamo iniziare mostrando qualcosa di piccolo e osservando ciò che accade.

Possiamo dire che una situazione ci ha toccato.

Possiamo esprimere una preferenza invece di adattarci automaticamente.

Possiamo chiedere aiuto senza aspettare di essere completamente sopraffatti.

Possiamo nominare un bisogno prima che diventi risentimento.

Ogni volta impariamo qualcosa.

Non soltanto sull’altra persona, ma anche sulla nostra capacità di rimanere presenti mentre ci mostriamo.

A volte l’esperienza sarà positiva.

Altre volte non riceveremo la risposta che speravamo.

La pratica non consiste nel garantire un risultato.

Consiste nel non abbandonare noi stessi qualunque sia il risultato.

Le relazioni come luogo della pratica

Possiamo meditare per anni e continuare a proteggerci nello stesso modo quando una persona diventa importante.

Possiamo osservare il respiro con grande attenzione e perdere ogni presenza quando sentiamo il rischio di essere rifiutati.

Questo non significa che la meditazione non abbia funzionato.

Significa che la pratica deve continuare nella relazione.

È lì che diventano visibili l’attaccamento, la paura, il bisogno di controllo e le immagini che cerchiamo di difendere.

È lì che possiamo osservare il desiderio di essere conosciuti e, contemporaneamente, l’impulso a nasconderci.

La vulnerabilità rende la relazione incerta.

Ma senza una certa disponibilità a essere visti, l’intimità rimane soltanto desiderata.

Possiamo avere compagnia, sesso, affetto e abitudine.

Ma essere veramente incontrati richiede che, almeno in alcuni momenti, smettiamo di presentare soltanto la versione di noi che consideriamo più facile da amare.

Vulnerabilità non significa assenza di paura

Non diventiamo vulnerabili quando la paura scompare.

Lo diventiamo quando riconosciamo la paura e non le permettiamo di decidere tutto al posto nostro.

Possiamo avere paura e parlare.

Possiamo sentirci esposti e restare.

Possiamo chiedere ciò di cui abbiamo bisogno senza sapere se verrà accolto.

Possiamo anche ascoltare un no senza trasformarlo automaticamente in una condanna di noi stessi.

La vulnerabilità non garantisce che una relazione funzioni.

Può però impedire che la relazione venga vissuta interamente attraverso maschere, supposizioni e difese mai nominate.

Essere vulnerabili non significa essere senza protezione.

Significa non utilizzare la protezione per impedire a chiunque di avvicinarsi.

Se questo tema ti interessa...

Puoi approfondirlo attraverso:

Per un percorso dedicato alle esperienze affettive e relazionali degli uomini gay, puoi leggere anche la pagina sul mindfulness coaching per uomini gay.

Puoi inoltre approfondire il rapporto tra reattività, attaccamento e consapevolezza nella guida completa alla mindfulness nelle relazioni.

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