Come la mindfulness può migliorare le relazioni: vedere prima di reagire

Come la mindfulness può migliorare le relazioni: vedere prima di reagire


Molte persone si avvicinano alla mindfulness perché desiderano sentirsi più calme.

Meno stressate.

Meno trascinate dai pensieri.

Poi scoprono che la vera prova della pratica non arriva necessariamente mentre sono sedute in silenzio.

Arriva nelle relazioni.

Quando qualcuno non risponde.

Quando ci sentiamo criticati.

Quando una persona importante sembra più distante.

Quando proviamo a spiegare ciò che sentiamo e abbiamo l’impressione di non essere compresi.

In quei momenti la reazione può essere così rapida da sembrare inevitabile.

Il corpo si contrae.

La mente interpreta.

Arriva l’impulso di attaccare, difendersi, controllare oppure chiudersi.

La mindfulness non rende le relazioni perfette. Ci aiuta a vedere ciò che accade dentro di noi prima che la reazione diventi l’unica risposta possibile.

Perché proprio le relazioni ci fanno reagire così intensamente

Le relazioni toccano alcuni dei bisogni più profondi dell’esperienza umana.

Essere amati.

Essere riconosciuti.

Sentirsi al sicuro.

Sapere di essere importanti per qualcuno.

Quando una relazione sembra minacciare questi bisogni, non reagiamo soltanto alla situazione presente.

Possiamo reagire anche a paure, ricordi e strategie di protezione che si sono formati molto tempo prima.

Un messaggio che non arriva può diventare la prova che stiamo per essere abbandonati.

Una critica può essere vissuta come una condanna della nostra persona.

Una richiesta di spazio può sembrare la fine della relazione.

In pochi secondi, ciò che è accaduto viene interpretato attraverso tutto ciò che temiamo possa significare.

È proprio questo processo che approfondisco nella guida completa alla mindfulness e alle relazioni.

La mindfulness nelle relazioni non è una tecnica per calmarsi

Possiamo utilizzare la mindfulness come un altro tentativo di controllare l’esperienza.

Ci sentiamo arrabbiati e proviamo a diventare immediatamente calmi.

Abbiamo paura e cerchiamo di convincerci che non ci sia nulla da temere.

Proviamo gelosia e giudichiamo quell’emozione come poco consapevole.

Ma questo non è il cuore della pratica.

La mindfulness non ci chiede di sostituire ciò che proviamo con uno stato migliore.

Ci invita prima di tutto a riconoscere ciò che è presente.

La paura.

La tensione.

La storia mentale.

L’impulso a reagire.

Non perché dobbiamo accettare qualsiasi situazione, ma perché è difficile rispondere con chiarezza a qualcosa che non riusciamo ancora a vedere.

Prima della reazione c’è spesso il corpo

Quando raccontiamo un conflitto, di solito iniziamo dalle parole.

“Mi ha detto questo.”

“Ho pensato che non gli importasse.”

“Gli ho risposto perché mi ero sentito attaccato.”

Ma il processo può essere cominciato prima.

Il petto si è stretto.

La mascella si è contratta.

Il respiro è diventato più corto.

È comparsa una sensazione spiacevole nello stomaco.

Poi la mente ha cercato una spiegazione.

L’interpretazione ha aumentato l’emozione.

L’emozione ha generato un impulso.

E l’impulso è diventato comportamento.

La pratica della Vipassanā ci insegna a riconoscere anche questi passaggi corporei.

Non soltanto il contenuto della discussione, ma il modo in cui l’intero processo prende forma dentro di noi.

Riconoscere uno schema mentre si manifesta

Molte persone conoscono già i propri schemi relazionali.

Sanno di avere paura del rifiuto.

Sanno di scegliere spesso persone emotivamente distanti.

Sanno di chiudersi quando qualcuno si avvicina.

Sanno di cercare conferme quando sentono una distanza.

Eppure continuano a reagire nello stesso modo.

Capire non basta.

Una comprensione diventa trasformativa quando riusciamo a vedere lo schema mentre si sta formando.

Quando riconosciamo che stiamo per mandare un altro messaggio soltanto per ridurre l’ansia.

Quando ci accorgiamo che stiamo interpretando un silenzio come una certezza.

Quando vediamo l’impulso a ritirarci proprio perché l’altra persona sta diventando importante.

All’inizio ce ne accorgiamo dopo avere reagito.

Poi durante.

Qualche volta, con la pratica, riusciamo a riconoscere il movimento prima che diventi un’azione.

È in quello spazio che compare una possibilità diversa.

Osservare non significa analizzare continuamente

La mindfulness non consiste nel passare ore ad analizzare ogni dettaglio della relazione.

Perché ha usato quella parola?

Perché ha risposto dopo tre ore?

Che cosa significa quel cambiamento di tono?

La mente cerca spesso di ottenere sicurezza attraverso l’analisi.

Crede che, se riuscirà a comprendere perfettamente la situazione, potrà eliminare ogni rischio.

Ma molte volte l’analisi produce soltanto altre ipotesi.

Non siamo più in contatto con ciò che sta accadendo.

Siamo in relazione con la storia che stiamo costruendo.

Se riconosci questa dinamica, puoi approfondirla nell’articolo su overthinking e storie mentali nelle relazioni.

La mindfulness riporta l’attenzione dall’interpretazione all’esperienza diretta.

Che cosa sto sentendo?

Che cosa sta accadendo nel corpo?

Quale impulso è presente?

Quale fatto conosco realmente?

Che cosa sto invece immaginando?

Creare spazio tra emozione e comportamento

Essere consapevoli non significa non reagire mai.

Continueremo a dire cose di cui ci pentiamo.

A difenderci.

A chiuderci.

A interpretare.

Il cambiamento è spesso più graduale.

Cominciamo a riconoscere più rapidamente ciò che è accaduto.

Riusciamo a interrompere una discussione prima che diventi distruttiva.

Possiamo dire:

“In questo momento mi sento molto attivato. Ho bisogno di fermarmi, ma voglio riprendere la conversazione.”

Questo è diverso dal ritirarsi senza spiegazioni.

Possiamo sentire rabbia e decidere di non utilizzarla per ferire.

Possiamo provare paura senza trasformarla immediatamente in controllo.

Possiamo riconoscere un bisogno senza presentarlo come un obbligo per l’altra persona.

La mindfulness può migliorare la comunicazione?

Sì, ma non perché ci insegni una serie di frasi perfette.

La comunicazione cambia quando siamo più consapevoli dello stato dal quale stiamo parlando.

Stiamo cercando di essere compresi?

Oppure stiamo cercando di vincere?

Vogliamo mostrare una ferita?

Oppure vogliamo far sentire in colpa l’altra persona?

Stiamo esprimendo un limite?

Oppure minacciando la relazione perché abbiamo paura?

Dire:

“Quando accade questo, mi sento poco importante e vorrei capire come lo vivi tu”

è diverso dal dire:

“Tu non mi fai mai sentire importante.”

La prima frase parte dall’esperienza.

La seconda definisce immediatamente l’altra persona.

Non sempre riusciremo a parlare nel modo più chiaro.

Ma la pratica può aiutarci a riconoscere quando la comunicazione è diventata soltanto un’altra forma di reazione.

Ascoltare senza preparare subito una difesa

Molte conversazioni falliscono perché, mentre l’altro parla, stiamo già costruendo la risposta.

Cerchiamo errori nella sua versione.

Prepariamo una giustificazione.

Aspettiamo il punto nel quale poter dimostrare che anche lui ha sbagliato.

Sentiamo le parole, ma non incontriamo realmente la sua esperienza.

Ascoltare non significa essere d’accordo.

Non significa accettare automaticamente la sua interpretazione.

Significa riuscire, almeno per un momento, a vedere come la situazione appare dal suo punto di vista.

Possiamo comprendere il dolore dell’altro senza negare il nostro.

Possiamo riconoscere l’effetto di un comportamento anche quando le nostre intenzioni erano diverse.

Possiamo ascoltare e continuare a porre un limite.

La presenza non sostituisce la reciprocità

Possiamo diventare più consapevoli, comunicare meglio e osservare la nostra reattività.

Ma non possiamo costruire una relazione da soli.

La mindfulness non può rendere disponibile una persona che evita sistematicamente ogni conversazione.

Non può creare coerenza al posto dell’altro.

Non può trasformare in reciprocità una relazione nella quale soltanto uno dei due si espone, ascolta e cerca di riparare.

Una relazione consapevole richiede la partecipazione di entrambe le persone.

Non una perfetta simmetria, ma una disponibilità condivisa a vedere ciò che accade.

Quando soltanto una persona continua a lavorare su se stessa per rendere la relazione più sopportabile, il problema non è più soltanto la reattività.

Vedere la propria parte senza assumersi tutta la colpa

Uno degli aspetti più importanti della mindfulness nelle relazioni è imparare a riconoscere il proprio contributo.

Ma riconoscere la propria parte non significa assumersi tutta la responsabilità.

Posso avere paura dell’abbandono e trovarmi comunque davanti a una persona incoerente.

Posso essere reattivo e avere comunque sollevato un problema reale.

Posso aver bisogno di rassicurazione e ricevere comunque troppo poca chiarezza.

La consapevolezza non deve diventare un modo per invalidare ciò che proviamo.

Serve a distinguere ciò che stiamo aggiungendo attraverso la paura da ciò che sta realmente avvenendo nella relazione.

A volte questa chiarezza permette una comunicazione migliore.

Altre volte mostra che una relazione non può offrirci ciò di cui abbiamo bisogno.

In questo caso può essere utile leggere anche come riconoscere una relazione non sana.

La vulnerabilità necessaria per una relazione autentica

La mindfulness può aiutarci a restare in contatto con ciò che sentiamo.

Ma per costruire intimità dobbiamo anche riuscire, almeno qualche volta, a mostrarlo.

Dire che qualcosa ci ha ferito.

Ammettere che una persona ci importa.

Esprimere un bisogno senza sapere se verrà accolto.

Chiedere chiarezza senza controllare la risposta.

Questa vulnerabilità non significa raccontare tutto a tutti.

Non significa rinunciare ai confini.

Significa non utilizzare sistematicamente il distacco, l’ironia o l’apparente indipendenza per evitare di essere conosciuti.

Puoi approfondire questo tema nell’articolo sulla vulnerabilità emotiva tra uomini gay.

Mindfulness e relazioni tra uomini gay

Le difficoltà descritte in questo articolo non appartengono esclusivamente agli uomini gay.

Paura del rifiuto, bisogno di conferme e difficoltà nell’intimità attraversano tutte le relazioni.

Essere cresciuti come uomini gay, però, può avere insegnato ad alcuni di noi a controllare attentamente ciò che mostriamo.

Possiamo avere imparato a leggere l’ambiente prima di esprimerci.

A nascondere parti di noi.

A cercare nello sguardo di altri uomini una conferma del nostro valore.

Possiamo essere apertamente gay e continuare ad avere difficoltà a mostrare un bisogno emotivo.

La mindfulness non cancella questa storia.

Può aiutarci a riconoscere quando il presente viene interpretato interamente attraverso vecchie paure e quando, invece, la relazione attuale sta realmente offrendo poca sicurezza.

Le relazioni come parte della pratica

Dopo quasi trent’anni di pratica e insegnamento, non considero più le relazioni qualcosa di separato dalla meditazione.

È possibile sentirsi molto presenti durante una seduta e perdere completamente quella presenza quando qualcuno ci critica, ci delude o si allontana.

Questo non rende inutile la meditazione.

Mostra dove la pratica deve continuare.

Le relazioni rendono visibili l’attaccamento, l’avversione, il bisogno di controllo e le storie che costruiamo per proteggerci.

Ci mostrano anche la nostra capacità di ascoltare, riparare e restare accanto a un’esperienza difficile senza doverla controllare immediatamente.

La qualità della pratica non si vede soltanto da come stiamo sul cuscino.

Si vede anche da ciò che facciamo quando qualcuno tocca qualcosa che ci fa male.

La mindfulness migliora davvero le relazioni?

Può farlo.

Ma non nel senso che elimina automaticamente conflitti e incomprensioni.

Può aiutarci a riconoscere prima una reazione.

A comunicare in modo più preciso.

A distinguere una paura da un fatto.

A vedere il nostro contributo senza assumerci tutta la colpa.

A porre un limite senza trasformarlo in una punizione.

A comprendere l’altro senza giustificarlo continuamente.

Può anche mostrarci che una relazione non è reciproca o non è più sostenibile.

Il miglioramento non consiste sempre nel far durare una relazione.

A volte consiste nel riuscire finalmente a vederla per ciò che è.

Vuoi trasformare la teoria in pratica?

Comprendere il funzionamento della mente è un buon punto di partenza.

Ma il cambiamento avviene quando impariamo a riconoscere pensieri, emozioni e reazioni mentre stanno accadendo.

Puoi iniziare partecipando al workshop gratuito, unirti alle pratiche regolari di Vipassanā oppure prenotare una conversazione gratuita per comprendere quale percorso sia più adatto a te.

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Per un percorso dedicato alle esperienze affettive degli uomini gay, puoi leggere anche la pagina sul mindfulness coaching per uomini gay.


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Alessandro Giorni

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