Ci sono momenti in cui una relazione sembra occupare tutto lo spazio disponibile.
Un messaggio arriva e ci sentiamo sollevati.
Un messaggio non arriva e la giornata cambia direzione.
Una persona ci cerca e ci sentiamo importanti.
Si allontana, cambia tono o sembra meno presente e improvvisamente cominciamo a mettere in discussione tutto.
La relazione.
Ciò che l’altra persona prova.
Il nostro valore.
In quei momenti possiamo dire di essere troppo emotivi, troppo insicuri o incapaci di vivere una relazione con leggerezza.
Ma la stabilità emotiva non consiste nel diventare meno sensibili.
Non significa smettere di avere paura, non provare gelosia o riuscire a restare calmi qualunque cosa accada.
Significa riuscire a sentire ciò che sta accadendo senza perdere completamente noi stessi dentro quella reazione.
La stabilità emotiva non è freddezza
Quando parliamo di stabilità emotiva, possiamo immaginare una persona sempre centrata, razionale e difficilmente turbata.
Ma questa immagine rischia di confondere la stabilità con il distacco.
Una persona stabile può provare emozioni molto intense.
Può innamorarsi, soffrire, arrabbiarsi e avere paura di perdere qualcuno.
La differenza non è nella quantità dell’emozione.
È nel rapporto che riesce ad avere con essa.
Quando manca stabilità, l’emozione tende a diventare rapidamente una verità assoluta.
Se sento paura, allora significa che la relazione è in pericolo.
Se provo gelosia, allora qualcosa di grave sta certamente accadendo.
Se mi sento rifiutato, allora non valgo abbastanza.
L’esperienza interiore viene confusa con la realtà esterna.
La stabilità emotiva crea invece una distinzione:
“Questa è la paura che sto provando.”
Non necessariamente:
“Questa paura descrive con precisione ciò che sta succedendo.”
Quando il comportamento dell’altro decide come stiamo
Nelle relazioni è naturale essere influenzati dalla persona che amiamo.
Non siamo esseri isolati e non è realistico pensare di dover essere completamente indipendenti da ciò che l’altro fa.
Il problema comincia quando il nostro equilibrio dipende quasi interamente dai suoi movimenti.
Se è presente, ci sentiamo al sicuro.
Se è distante, perdiamo stabilità.
Se ci desidera, ci sentiamo attraenti.
Se sembra meno interessato, cominciamo a confrontarci, controllarci e criticarci.
In questo modo la relazione diventa il luogo in cui cerchiamo continuamente di regolare il nostro stato interno.
Non chiediamo più soltanto affetto o vicinanza.
Chiediamo all’altra persona di proteggerci dalla paura, dal dubbio e dalla sensazione di non essere abbastanza.
Quando non riesce a farlo, possiamo accusarla, inseguirla oppure ritirarci prima che abbia la possibilità di ferirci.
Perché per alcuni uomini gay può essere difficile sentirsi al sicuro
Non esiste un’unica esperienza emotiva degli uomini gay.
Alcuni sono cresciuti in famiglie accoglienti e in ambienti relativamente sicuri. Altri hanno conosciuto rifiuto, derisione o isolamento.
Molti, però, hanno imparato presto a osservare il modo in cui venivano percepiti.
Prima ancora di comprendere pienamente il proprio orientamento, possono avere sentito che alcuni gesti, desideri o modi di essere attiravano giudizio.
Si impara così a leggere l’ambiente.
A controllare ciò che si mostra.
A verificare continuamente se si è al sicuro.
Questa attenzione può continuare nelle relazioni adulte.
Un piccolo cambiamento nel tono dell’altro può essere percepito come un segnale importante.
Una distanza temporanea può essere vissuta come l’inizio di un abbandono.
Un rifiuto può riattivare non soltanto il dolore presente, ma una sensazione molto più antica di non essere pienamente accettabili.
Non significa che tutti gli uomini gay siano insicuri o emotivamente instabili.
Significa che la storia attraverso cui abbiamo imparato a proteggerci può influenzare il modo in cui interpretiamo la vicinanza, il rifiuto e l’incertezza.
Le emozioni iniziano spesso prima dei pensieri
Quando raccontiamo una reazione, di solito cominciamo da ciò che abbiamo pensato.
“Ho pensato che non gli importasse.”
“Ho pensato che stesse perdendo interesse.”
“Ho pensato che ci fosse qualcun altro.”
Ma spesso il processo è iniziato prima.
Prima della frase completa può esserci stata una sensazione nel corpo.
Una contrazione nel petto.
Un vuoto nello stomaco.
La gola che si chiude.
Un aumento del calore o della tensione.
Poi la mente cerca una spiegazione per quella sensazione.
Costruisce una storia.
La storia produce ulteriore emozione.
L’emozione genera un impulso: scrivere, controllare, accusare, chiudersi o allontanarsi.
Quando vediamo soltanto l’ultimo passaggio, sembra che la reazione sia inevitabile.
La meditazione Vipassanā ci aiuta a osservare anche ciò che viene prima.
Il ruolo del corpo nella stabilità emotiva
Nella pratica non cerchiamo di convincerci che non dovremmo provare ciò che proviamo.
Portiamo invece attenzione al modo in cui l’emozione si manifesta direttamente.
Non soltanto alla parola “ansia”, ma alla sua presenza nel corpo.
Non soltanto al concetto di rabbia, ma al calore, alla pressione e alla tensione che la accompagnano.
Non soltanto alla paura del rifiuto, ma al restringimento e all’agitazione che la rendono così convincente.
Questo contatto diretto è importante perché interrompe, almeno per un momento, la trasformazione immediata dell’emozione in una storia.
Posso osservare una stretta al petto senza decidere subito che la relazione stia finendo.
Posso sentire agitazione senza dover mandare immediatamente un messaggio.
Posso riconoscere l’impulso a controllare senza seguirlo automaticamente.
La sensazione può restare spiacevole.
La pratica non garantisce che scompaia.
Ma cambia il modo in cui ci relazioniamo a essa.
Reattività: quando l’emozione diventa comportamento
Molte difficoltà relazionali non nascono dall’emozione in sé.
Nascono da ciò che facciamo nei secondi successivi.
Sentiamo paura e controlliamo.
Sentiamo vergogna e attacchiamo.
Sentiamo dolore e ci chiudiamo.
Sentiamo gelosia e trasformiamo un’ipotesi in un’accusa.
La reattività è rapida.
Spesso il comportamento sembra partire prima ancora che abbiamo riconosciuto ciò che stiamo provando.
Poi, una volta reagito, la mente costruisce una giustificazione.
Ci convinciamo che non potevamo fare diversamente.
Che l’altra persona ci ha costretti.
Che la nostra lettura fosse l’unica possibile.
La mindfulness non rallenta magicamente ogni reazione.
Con la pratica, però, possiamo cominciare a riconoscere la sequenza.
All’inizio la vediamo dopo.
Ci accorgiamo di essere stati trascinati quando la discussione è già avvenuta.
Poi iniziamo a riconoscerla durante.
Qualche volta riusciamo a vederla prima che diventi un’azione.
È lì che compare una possibilità diversa.
La stabilità emotiva non è controllo
Quando soffriamo per una relazione, spesso vogliamo imparare a controllare le emozioni.
Vogliamo smettere di essere gelosi.
Non sentire più ansia.
Non avere bisogno di rassicurazioni.
Ma il tentativo di controllo può diventare un’altra forma di conflitto interiore.
Una parte di noi prova paura.
Un’altra parte la giudica, la rifiuta e pretende che scompaia.
Alla sofferenza originaria si aggiunge così l’idea che non dovremmo sentirci in quel modo.
La stabilità non nasce dalla repressione.
Nasce dalla capacità di riconoscere un’emozione senza trattarla né come un nemico né come un comando.
La paura può essere presente.
Ma non deve necessariamente decidere che cosa scrivere, che cosa dire o quale conclusione trarre.
La rabbia può essere presente.
Ma non è obbligata a diventare aggressione.
La gelosia può essere presente.
Ma non deve essere trasformata immediatamente in sorveglianza o controllo.
Stabilità emotiva e bisogno di conferme
Quando il nostro equilibrio è fragile, la rassicurazione può sembrare l’unico modo per stare meglio.
Abbiamo bisogno che l’altra persona dica che ci ama.
Che non sta andando via.
Che ci desidera ancora.
Che siamo importanti.
Ricevere queste conferme non è sbagliato.
Le relazioni hanno bisogno anche di parole, presenza e continuità.
Il problema nasce quando nessuna conferma dura abbastanza.
La persona ci rassicura e ci sentiamo meglio.
Poi compare un nuovo dubbio.
Un’altra distanza.
Un altro dettaglio da interpretare.
E abbiamo di nuovo bisogno che l’altro ristabilisca il nostro equilibrio.
In questo modo la rassicurazione diventa simile a un sollievo temporaneo.
Non affronta la paura.
La calma soltanto fino alla volta successiva.
Stabilità emotiva non significa sopportare tutto
È importante non utilizzare la mindfulness per invalidare ciò che proviamo.
Non ogni ansia è una proiezione.
Non ogni insicurezza nasce dal passato.
Non ogni richiesta di chiarezza è bisogno eccessivo.
A volte la relazione è realmente incoerente.
L’altra persona promette presenza e poi scompare.
Evita ogni conversazione importante.
Chiede intimità senza assumersi responsabilità.
Ci lascia continuamente in uno stato di ambiguità.
In questi casi, diventare più stabili non significa imparare a tollerare meglio ciò che ci fa male.
Significa riuscire a vedere i fatti senza essere accecati né dalla paura né dal desiderio che la relazione funzioni a ogni costo.
Posso osservare la mia reattività e stabilire comunque un limite.
Posso lavorare sulla mia paura dell’abbandono e riconoscere comunque che qualcuno non è disponibile.
Posso calmarmi prima di parlare e dire con chiarezza che un comportamento non è accettabile per me.
La stabilità emotiva non ci rende più passivi.
Può renderci più precisi.
Il rapporto tra stabilità e autostima
Quando il nostro valore dipende da come veniamo trattati in un determinato momento, ogni movimento della relazione diventa molto potente.
Se qualcuno ci desidera, ci sentiamo degni.
Se non ci sceglie, cominciamo a considerarci inadeguati.
Se una relazione finisce, non perdiamo soltanto una persona.
Perdiamo anche lo specchio attraverso cui stavamo cercando di riconoscerci.
Una maggiore stabilità emotiva non elimina il dolore del rifiuto.
Ci aiuta però a non trasformarlo immediatamente in una sentenza sul nostro valore.
Questo tema è strettamente collegato all’autostima negli uomini gay.
Non si tratta di convincersi di essere meravigliosi.
Si tratta di non abbandonarsi ogni volta che qualcun altro non ci sceglie.
Stabilità e vulnerabilità non sono opposte
Possiamo pensare che per essere stabili dobbiamo mostrare meno bisogno e meno emozione.
In realtà, spesso accade il contrario.
Quando non siamo in grado di tollerare la vulnerabilità, dobbiamo proteggerci attraverso il controllo, la chiusura o l’apparente indifferenza.
Una maggiore stabilità ci permette di dire:
“Questa situazione mi fa paura.”
Senza trasformare immediatamente la paura in un’accusa.
Ci permette di dire:
“Ho bisogno di maggiore chiarezza.”
Senza concludere che l’altra persona sia obbligata a offrirci ciò che desideriamo.
Ci permette anche di ascoltare una risposta che non ci piace senza perdere completamente il contatto con noi stessi.
La vulnerabilità emotiva tra uomini gay è approfondita in questo articolo dedicato alla paura di aprirsi.
Che cosa cambia davvero con la pratica
La mindfulness non ci trasforma in persone permanentemente equilibrate.
Continueremo a reagire.
Continueremo ad avere giornate in cui un messaggio non ricevuto sembrerà più importante di quanto vorremmo.
Continueremo a sentirci feriti, gelosi o insicuri.
Il cambiamento è spesso meno spettacolare.
Cominciamo a riconoscere più rapidamente ciò che sta accadendo.
Ci accorgiamo che stiamo costruendo una storia.
Sentiamo l’impulso a reagire e riusciamo, qualche volta, a non seguirlo immediatamente.
Vediamo che una sensazione intensa non rimane identica.
Scopriamo che possiamo attraversare un’emozione senza doverla risolvere nello stesso istante.
Possiamo anche riconoscere con maggiore chiarezza quando il problema non è soltanto la nostra reazione, ma la relazione stessa.
Questa è una stabilità più reale.
Non l’immobilità.
La capacità di ritrovare il contatto con noi stessi anche dopo essere stati scossi.
Capire non basta
Possiamo conoscere perfettamente i nostri schemi.
Sapere di avere paura del rifiuto.
Riconoscere il bisogno di conferme.
Comprendere che la gelosia nasce anche dall’insicurezza.
E continuare comunque a reagire nello stesso modo.
La comprensione teorica è utile, ma non sostituisce l’osservazione diretta.
Il cambiamento comincia quando vediamo il processo mentre si manifesta.
Non soltanto quando diciamo:
“Sono una persona ansiosa.”
Ma quando riconosciamo:
“In questo momento il petto si sta stringendo.”
“La mente sta immaginando il peggio.”
“C’è l’impulso a controllare.”
“Sto per trattare una paura come se fosse già un fatto.”
È questo modo di vedere che, con il tempo, riduce l’automatismo.
Le relazioni come pratica
È possibile sentirsi molto presenti durante la meditazione e perdere completamente quella presenza quando qualcuno ci delude.
Non c’è nulla di sorprendente.
Le relazioni toccano direttamente il desiderio, la paura, l’attaccamento e l’immagine che abbiamo di noi stessi.
Per questo sono uno dei luoghi più importanti della pratica.
Non dobbiamo meditare sulla relazione come se fosse un problema da risolvere.
Possiamo però osservare ciò che la relazione rende visibile.
Il bisogno di controllo.
La paura di non essere scelti.
La tendenza a interpretare.
La difficoltà a restare con una sensazione spiacevole senza agire immediatamente.
La pratica non ci separa dall’amore.
Ci aiuta a viverlo senza consegnargli completamente il compito di stabilire chi siamo.
Una stabilità che non dipende dalla perfezione
Non saremo mai perfettamente stabili.
Le emozioni cambiano perché la vita cambia.
Le relazioni cambiano.
Le persone si avvicinano e si allontanano.
Ciò che oggi ci sembra sicuro domani può essere messo in discussione.
La stabilità emotiva non consiste nel costruire qualcosa che non possa mai essere scosso.
Consiste nell’imparare a non identificarci completamente con ogni movimento.
Possiamo essere scossi senza essere distrutti.
Possiamo essere feriti senza trasformare la ferita in identità.
Possiamo perdere una relazione senza perdere necessariamente anche noi stessi.
Essere stabili non significa non cadere mai.
Significa imparare a riconoscere dove siamo quando abbiamo perso l’equilibrio e tornare, poco alla volta, alla nostra esperienza reale.
Se questo tema ti interessa...
Puoi approfondirlo attraverso:
Per un percorso dedicato alle esperienze affettive e relazionali degli uomini gay, puoi leggere anche la pagina sul mindfulness coaching per uomini gay.
Puoi inoltre approfondire il rapporto tra emozioni, reattività e attaccamento nella guida completa alla mindfulness nelle relazioni.